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RICORDI D’ESTATE: ''QUANTE VITE''

 

Dalla rubrica "Cultura" di www.Specchia.it

 
 

RICORDI D’ESTATE: ''QUANTE VITE''

 
 

Piazza Del Popolo, Specchia

 
     
 

Clicca per ingrandireTeatro Solatia Specchia ONLUS
Regia,scelte musicali e testi di Rosaria Ricchiuto
Con la partecipazione di: Giovanna De Girolamo, Anna Assunta Surano, Maria Rimini, Guglielmo Fiorentino, Emanuela Remigi, Santino Giangreco, Rocco Remigi, Saverio Fonseca, Salvatore Scupola, Zelinda Giunca, Osvaldo Scupola, Claudia Chezzi, Enza De Rinaldis, Serena Benedicenti, Camilla Scupola, Sara Schirinzi e Rosaria Ricchiuto.
Coreografie: Emanuela Remigi,
Assistenza tecnica luci suoni e video: Pierluigi Prete
Da alcuni anni la piazza di Specchia diventa teatro, accogliendo spettacoli di qualità e di sottile inquisizione delle problematiche e delle gioie dell’esistere.
“Quante vite”, messo in scena quest’estate dalla regista Rosaria Ricchiuto, è stato uno di questi.
Il titolo e i concetti base riportano a quello della scorsa estate, ma vi si ritrovano molte novità sia nei contenuti che nelle scenografie.
Un inizio, molto suggestivo, segnato da coni di luce che vanno alla progressiva scoperta di quale sarebbe stato il palcoscenico, coinvolge gli spettatori in un’atmosfera d’attesa e curiosità.
Gli scorci della piazza, diventati fondali, costituiti dagli incroci e delle stradine che s’inoltrano nel Borgo Antico hanno preso vitalità partecipando allo spettacolo con il maestoso Castello Risolo, gli affascinanti angoli creati dalle case e dalla chiesa Madre.
E’ da quello scorcio di storia che si percepiscono le vite passate e quelle presenti: un’aura dell’esistere, del gioire, del soffrire.
Una roccia piana, sistemata nello spiazzo antistante il castello, dà spazio ad una danza che da lontano accompagna la scena. E’ un sogno di vita: distante poesia d’armonia ed equilibrio.
Il proemio è l’occhio di bue, luce mobile, che porta il pubblico ad inseguirlo con gli occhi per soffermarsi su una pianta di capperi, che conquista la propria vita nei pertugi del muro del castello, o sulle finestre e i portoni che muti fanno i loro racconti del tempo e contribuiscono a creare pieni e vuoti che sono scena e fondale.
Lo skyline, della corona di costruzioni, che rendono unica la piazza, è scenografia naturale ad uno spettacolo atteso.
Tutto lo spazio, comprese le strade adiacenti, è sfondo o quinta: presente di vita passata.
C’è un impercettibile richiamando alla partecipazione e le vite, di chi abita il quartiere, entrano nello spettacolo come attori citati ed importanti per dare significato.
La rappresentazione teatrale ha inizio con uno strombettio di clacson d’antiche macchine che percorrono la Via Amendolara per giungere nella piazza gremita all’inverosimile. E’ un corteo nuziale che riguarda molte coppie: festa annunciata di matrimonio dove i DICO sono solo accennati, forse per un velo di rispetto per chi non ha superato i condizionamenti di un’educazione bacchettona.
Un’aggressiva sposa, vestita di un passionale abito rosso, spicca in mezzo alle tante che indossano i consueti abiti bianchi. Penso subito che questa signora non ha bisogno di mostrare simboli di purezza inesistenti lei vive e ama con tutta se stessa e si veste di un colore che parla in silenzio. Gli sposi, signori raggianti, ormai rassegnati a non recidere più gigli purissimi, come si conviene, sono vestiti di nero: forse hanno nostalgia dei tempi lontani quando erano i Re delle famiglie e le spose si “conservavano” pure e servili.
Questo spettacolo ha il sapore di un’analisi intima dell’uomo, è l’interpretazione di un suo percorso interiore che esamina la vita che cambia nel tempo, nel luogo e nella società. Nel cambiamento c’è l’età e la funzione di ciascuno dalla nascita alla morte.
Dalle prime scene si ritrova l’accettazione dell’esistenza, i sogni e la progettualità della giovinezza, le preoccupazioni e le gioie dell’età adulta, il ricordo se non il rimpianto nella vecchiezza per giungere all’abbandono della vita terrena con la morte.
“Quante vite” è l’analisi del tempo concesso a ciascuno, dei ricordi della vita passata, dei sogni, spesso, mai concretizzati.
Alcune opere di Luigi De Giovanni, facenti parte dell’allestimento, entrano nella scena con una denuncia delle angosce del vivere fatta dai jeans e con la gioia portata dai fiori, che benché abbiano perduto la loro vita perché recisi, la ricordano nel periodo più gioioso della fioritura.
Come nello spettacolo nei fiori c’è la vita. Ci sono radici abbarbicate al terreno che cercano il nutrimento per perpetuarsi. All’orizzonte appaiono minacciose cesoie che inesorabilmente recidono steli, con boccioli e corolle che sognano il futuro, c’è un vaso trasparente ricolmo d’acqua che cerca di dare loro l’ultimo soffio. C’è l’artista che fissa tutto ciò nelle tele per conservarli in un nuovo esistere di memoria: urlano i jeans per vite strappate e sacrificate all’egoismo.
Più in là il balletto, a volte gioioso a volte struggente, allontana il pubblico dalla quotidianità per riportarlo in un sogno malinconico di perfezione e di grazia simbolo di una giovinezza che si distanzia sino a diventare ricordo più bello e via via più lontano.
Lo spettacolo va avanti cercando di esorcizzare le nevrosi, le angosce per esortare l’amore per la vita: la rincorsa alla vita.
Quante vite sovvengono dal passato, si affacciano nel presente e sognano il futuro… poi… la speranza o il nulla.
Gli attori, calati nei personaggi, precisi nelle loro parti, hanno dimostrato professionalità e passione. Nella serietà del testo sono riusciti ad affrontare, con un’intelligente leggerezza, un tema così introspettivo e difficile, riuscendo a comunicare con ironia sottile il concetto di tante vite che vivono in una sola.
I balletti hanno, così bene, declinato i passaggi da far sospettare d’avere a che fare con professionisti della danza moderna.
La regista è stata bravissima nel realizzare uno spettacolo di così alto livello.
Alla prossima.
Settembre 2008

 
     
 

Fonte Notizia: Federica Murgia
 

Data: 10/10/2008;      Notizia Letta: 3777 volte.

 
 

 

 
     

 

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