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SPECCHIA D’INVERNO: UN PAESE DA VIVERE E SCOPRIRE (PHOTO GALLERY)

 

Dalla rubrica "Turismo" di www.Specchia.it

 
 

SPECCHIA D’INVERNO: UN PAESE DA VIVERE E SCOPRIRE (PHOTO GALLERY)

 
 

Dalla spiritualitá del Natale al rito propiziatorio e purificatore del fuoco

 
     
 

Clicca per ingrandireNatale 2006 ~ Epifania 2007

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La piazza, resa luogo catartico, ha in questo modo propiziato il nuovo anno con il falò, purificatore e simbolo d’antichi riti.
Note Andine incrociate con quelle Salentine, esaltate da percussioni di tamburi, da vibrazioni di strumenti a fiato accompagnavano i canti del gruppo “Indianosalentino” dando il via alla festa.

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Le persone, stimolate dalla musica, veloce e cadenzata, accennavano passi della pizzica e quelle più coraggiose si lasciavano coinvolgere dalla danza suggerita dalle note.
La Cantante Francesca Romano e la sua band continuavano a deliziare la piazza con le canzoni che, benché si scostassero dai tipici canti dialettali, ne conservavano lo spirito e, spesso, i ritmi.

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Una ventata nostalgica veniva data dal gruppo “The apple - pies” che ripercorreva le musiche e le canzoni dei “Beatles” suscitando nei “giovani”, dai cinquanta ai sessanta anni, emozioni mai dimenticate.
Il fuoco continuava ad ardere e nel contempo anche i cuori battevano al ritmo dei ricordi: una ventata di giovinezza alle soglie del 2007.

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Passata la mezzanotte, cominciava a sentirsi la frenesia dell’ultimo giorno dell’anno.
La piazza andava svuotandosi e paradossalmente il braciere dell’immensa pira cominciava a mostrare brace e ceneri. Una metafora di ciò che rimane della vita e dei ricordi che spesso bruciano più di un gran falò.
Il fuoco, raffigurativo, ardeva nei molti presepi che, frequentemente, non avevano solo il significato francescano, ma, parlavano d’eventi tragici del nostro tempo.
Questi erano approntati, in un percorso del centro storico, in caratteristiche abitazioni dalle volte a stella o a botte.
Alcuni parlavano di tradizione, però, con riflessioni sulla spiritualità e sui problemi che affliggevano, affliggono, l’uomo.

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1) PRESEPE DEGLI INSEGNANTI E DEGLI ALLIEVI DELLA SCUOLA ELEMENTARE
Particolarmente intenso era quello degli insegnanti e degli allievi della Scuola Elementare che, in fogli di carta arrotolati, a mo di pergamena, parlava di Genesi, Apocalisse e Vangelo mentre, con costumi del tempo della nascita di Gesù, nel recitare i personaggi del presepe, tenevano accesi ceri di gioia e di speranza.

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2) PRESEPE DEGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI
Il presepe degli studenti delle scuole superiori assumeva il tono, oltre che di religiosità, di critica alla brutalità, mitigata solo dalla via della conoscenza che conduceva l’uomo alla salvezza e al bene. Questa via del sapere, costituita da libri e dai Re Magi, era posta come una linea di demarcazione fra la gioia della fede e i simboli dell’essere uomini. Divideva in due il presepe mettendo da una parte le costruzioni che sapevano d’antico dall’altra quelle dei nostri tempi, rappresentate da scuole, da ospedali, da palazzi, chiese e dai luoghi della solidarietà, questi ultimi realizzati in polistirolo dai colori pallidi o neri.

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3) PRESEPE DELLE CASALINGHE
Le casalinghe investivano il loro presepe delle piccole cose della quotidianità sino a contraddistinguerlo con la spiritualità degli affetti della famiglia. Nei piccoli finti forni, si pregustava il sapore delle frise che cocevano. Su un fuoco di luci la donna rimestava la “pignatta” dove preparava il cibo quotidiano. Il ciabattino continuava a risuolare le scarpe, la lavandaia preparava la lisciva, la mugnaia governava gli animali. La portatrice di brocche si dirigeva verso la sorgente dove l’acqua sgorgava da fantasiose soluzioni da presepe, in un lago pesci veri nuotavano alacremente per sfuggire al finto pescatore. L’acqua che sgorgava, da artificiosi percorsi e metaforiche fonti, assumeva la valenza di purificazione, in una festa che sapeva più di pagano e d’eccesso, in tutti i sensi, che di sacro.

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4) PRESEPE DEI CONTADINI
I contadini mettevano tutti i simboli della loro vita e del loro lavoro. Povere Pajare occupavano in modo casuale vari piani della campagna di carta. Il cielo, come in tutti i presepi, era blu e stellato. La cometa di carta dorata, sembrava volesse dar sollievo a chi, curvo per il troppo lavoro, confidava nella buona stella. Un cesto di fichidindia in primo piano simboleggia le fatiche e le spine del vivere.

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5) PRESEPE DEGLI IMPIEGATI
Interessante, per i simboli fuori tempo storico, appariva quello degli impiegati, dove campeggiavano scrivanie e computer. La capanna povera, le poche statue, in dimensioni inconsuete per un presepe, rappresentavano l’evento Natalizio.
La scenografia parlava di conservazione dei valori in un mondo tecnologico, caratterizzato da praticità e velocità, che ha portato a rapidi cambiamenti dello stile di vita degli abitanti della terra.

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6) PRESEPE DEGLI OPERAI
Grotte realizzate con canne intrecciate, oggetti in rame rosso, arcolai, cestini rossi porta-pane, povere costruzioni riferite al tempo di Gesù, statuine che ricordavano l’Evento e i lavori che l’operaio faceva quotidianamente, caratterizzavano questo presepe.

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Degli abiti che rivivevano, nella foggia e nei tessuti, il tempo della Natività, stavano appesi su approssimative grucce a ricordare la via della povertà e del lavoro per giungere alla gioia più grande.
Sarte e calzolai non avevano gli strumenti, perché il loro lavoro, fondamentale nei tempi rappresentati, non serviva più a causa del consumismo dei nostri giorni.
I corsi d’acqua stavano ad indicare un bene che ancora, purtroppo, non si rispetta.

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7) PRESEPE DEI COMMERCIANTI
Le pajare caratterizzavano questo presepe, erano disposte su più piani e rappresentavano, con piccole statuine, i vari commerci. La grotta del bambinello ricordava una pajara e i merletti di muri a secco delimitavano gli spazi quasi a creare un tipico ambiente Salentino.
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I venditori di frutta e verdura, di stoffe, di caldarroste, i macellai sembrava facessero udire i loro richiami per spiegare le migliori qualità dei loro prodotti.
Un mulino e un forno ci ricordavano la simbolica valenza del pane e nel contempo la fame che attanagliava e attanaglia tante popolazioni del mondo.

8) PRESEPE FATTO DA MAURA COLUCCIA PACELLA
Il presepe di Maura Coluccia Paccella sapeva di simbolico. Piccole statue trovavano posto nel suo interessante studio a rappresentare il ricordo di un evento che ha cambiato e migliorato l’uomo nel giusto versante del perdono e della generosità.

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9) PRESEPE DEGLI ARTISTI
Artiste: Luigia Pattocchio, Ada Scupola, Laura Petracca, Maria Grazia De Rinaldis.
Un gran ramo di fico, innaturalmente, stava appeso alla volta del soffitto in un andamento obliquo. L’inverno l’aveva privato delle foglie ma al loro posto erano spuntate tante piccole cornici dorate, prive di quadri. Non stridevano con il ramo che sapeva di morto ma, contornando il vuoto, pareva che gli artisti volessero denunciare la vuotezza dell’animo umano: morto nei sentimenti.

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Delle candele giustappunto sistemate e delle palle dorate, fatte da fili intrecciati, cercavano di rallegrare il presepe ma la gioia del ricordo dell’evento rappresentato, non riusciva a penetrare gli intristiti cuori degli uomini. La tenera sacra famiglia, scelta con cura, ispirava sentimenti di felicità e ricordava agli uomini i valori più alti.
Le artiste, con pochi oggetti, avevano voluto significare, il dolore e i conflitti dell’essere, in un momento in cui anche la gioia pareva apparente.

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10) PRESEPE RAPPRESENTATO DAL PICCOLO TEATRO SPONTANEO “ LA RIBALTA” DI SPECCHIA.
Nella piazza degli Artisti un presepe vivente dava il via ad una rappresentazione molto originale, esaltata da scenografie minime e fisse che inglobavano gli scorci della piazza. Una compartecipazione dell’ambiente architettonico con l’ambiente scenico, unitamente alle luci ben calibrate, creava un clima natalizio molto suggestivo. La descrizione degli eventi, legati alla natalità, era affidata a voci narranti.

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Un coro, fuori campo, ripeteva con una nenia le frasi più efficaci, come nelle antiche rappresentazioni del teatro greco.
Inquietante era un soldato, in tuta mimetica e armato di mitra, che ricordava, a tutti gli spettatori, il paradosso della celebrazione di un evento di pace mentre ancora la guerra imperversava in varie parti del mondo. La tregua, anche di una sola notte, non c’era e non c’è stata.
Gli uomini anche in questa rappresentazione continuavano a morire sognando invano la pace, il perdono, la generosità. Il Bambinello, giunto con tutti i suoi simboli, non aveva e non ha modificato l’uomo, che rimaneva e rimane, ancora, con tutte le sue debolezze, i suoi egoismi, le sue angosce.

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La Befana giungeva, nella piazza del paese, sui trampoli. Armata di scopa, come tradizione vuole, era accompagnata, per la gioia dei bambini, da giocolieri, pagliacci. Arrivava vestita di nero con un sacco, pure quello nero, tutti la potevano vedere mentre roteava spericolata su quelle gambe di legno. I bambini impazzivano per la sorpresa e la gioia.

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Quelli più piccoli, frequentanti la scuola materna, ricevevano i doni, sotto lo sguardo dell’altissima Befana.
Il bacio di saluto al bambino Gesù, di pregevole fattura, veniva dato, dai più devoti, nella chiesa di Sant’Antonio.
Le feste erano così finite portandosi via momenti di gioia e di riflessione.
Nella Piazza del Popolo non c’era più l’immenso braciere, al suo posto una chiazza più bianca nelle lastre di pietra che hanno concorso a renderla sempre bella.
I bagliori del fuoco erano finiti dissolti in mille scintille e tanta cenere; forse, quest’anno, non c’è stata la purificazione dell’animo umano.
Fortunatamente…tutti gli anni arrivano le feste di Natale, Capodanno e la Befana quindi si può ancora sperare di diventare uomini migliori.


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(Foto Architetto Stefania Branca)

 
     
 

Fonte Notizia: Federica Murgia
 

Data: 13/01/2007;      Notizia Letta: 5573 volte.

 
 

 

 
     

 

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