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ERA SEGNO DEL DESTINO

 

Dalla rubrica "Cultura" di www.Specchia.it

 
 

ERA SEGNO DEL DESTINO

 
 

Il mio Incontro con l’arte

 
     
 

Clicca per ingrandireArrivai nella galleria trafelata, avevo fatto molta strada, non trovai un posto per poggiare il mio zaino gonfio d’indumenti, ricamato, com'era d’uso, con perline e abbellito con chincaglierie varie, appese a mo di amuleti scaccia spiritelli malvagi.

Nella galleria mi trovai subito a mio agio, anche se non ricevetti le attenzioni della elegantissima e sofisticata direttrice. Proprio al centro della sala una sorta di catafalco, forse una vecchia cassapanca, metteva in mostra abiti, calze, dei reggiseno, mutande, assorbenti e tantissimi altri indumenti che facevano una montagna indescrivibile che sapeva di vecchio e di caos. Capii subito che quella era l’opera d’arte. Lo osservai con attenzione. Cercai di vedere l’armonia compositiva, il significato della forma, i colori e gli oggetti, come se dovessi capire l’animo dell’autore.

Stranamente subito mi sentii un’artista. Avevo mentalmente associato il mio appartamento a quell’opera e mi venne in mente l’impresa che dovevo affrontare ogniqualvolta, mi apprestavo a fare pulizia. Il mucchio fatto dall’artista con perizia, con teorie profondissime, giustificato con paroloni dal critico che l’aveva presentato, era proprio simile alla mia abitazione: dico concettualmente simile. Chi conosceva la mia casa non avrebbe, vedendo quest’opera molto indicativa, trovato differenze.

Anzi avrebbe trovato, soprattutto nella mia camera, dei tratti di grande originalità. Infatti, nel mio mucchio non mancavano, libri, ferro da stiro, dimenticato nell’ultimo proposito di mettere ordine, quando cambiando repentinamente idea decidevo di uscire con gli amici e avevo stirato le cose assolutamente indispensabili da indossare.

Non avevo avuto tempo per risistemare, l’urgenza d’andare fuori era proprio tanta. Purtroppo il tempo per le faccende donnesche non l’avevo mai e il mucchio continuava a crescere a dismisura sino alla prossima urgenza.

C’erano occasioni in cui proprio dovevo mettere ordine e allora la fatica era indescrivibile… non avendo tappeti per nascondere la polvere dovevo pure spazzare e lavare, ciononostante parte del mucchio finiva così com'era nell’armadio, dove per impedire d’aprirsi mettevo una provvidenziale sedia. Che anni meravigliosi!

Andai via dalla galleria arricchita da descrizioni che mi parevano in arabo, lingua che io non conoscevo e da una grandissima curiosità di capire. Così presi una decisione importante, poiché i miei studi sull’arte si erano fermati ai fermenti dell’ottocento, pensai che frequentare le gallerie d’arte contemporanea fosse la soluzione per capire qualcosa di più.

Durante uno dei miei viaggi capitai in una galleria che sapeva d’essenziale di asettico, anche il gallerista era così diafano da sembrare assente. Salutai non ottenni nessuna risposta neanche nell’espressività. Guardai la mia amica che senza indugiare mi diede una piccola spinta costringendomi ad un passo in avanti. Ero finita in un mondo di blu!

Alle pareti erano appesi dei quadri rigorosamente quadrati della stessa dimensione. Tutti blu!

Per essere precisi una cosa c’era che li differenziava. In tutte le opere c’era un puntino quasi invisibile ma di colore chiaro. Il mio cervello si mise in moto e cominciò a porsi un’infinità di domande. Che cosa avrà voluto dire l’artista? Avrà usato sicuramente una pennellessa o meglio una scopa larga? Avrà piantato un chiodino dalla testa piccolissima per impedire che in quel preciso punto non finisse il blu? A cosa si sarà ispirato? Cominciai a fare ragionamenti legati alla geometria. Mentalmente tracciai le diagonali, le mediane e osservai che il piccolissimo tocco di bianco, facendo ruotare le opere, cadeva sullo stesso punto di una delle diagonali, la differenza era data dal lato in cui era stata affissa l’attaccaglia. Osservavo con attenzione e mi sentivo sempre più ignorante. ... Boh! Non mi veniva in mente niente e purtroppo non capivo niente. La mia amica richiamò la mia attenzione sulle piccolissime targhette messe a fianco a ciascun’opera. Erano bianche con la scritta blu, la grafia era goticheggiante proprio di chi di chi aveva preso lezioni e fatto esercizio di calligrafia.

Lessi i titoli di ciascun'opera, il mio sconforto aumentò a dismisura, non riuscivo a entrare nel contesto e nel significato. Non riuscivo a dire altro che dei boh! I titoli e le descrizioni parlavano di stati d’animo, di turbamenti, di rovelli interiori, di scoramenti negazionisti: Es, Io, altro, erano parole ricorrenti. Pur avendo chiari riferimenti psicologici, legati ai miei studi, io non riuscivo a trovare il nesso. Uscii pensando che la mia ignoranza non mi avrebbe mai permesso di riuscire a interagire con mostre di questo tipo.

Passarono alcuni anni, io entravo sempre con molta diffidenza e preoccupazione nelle gallerie.
Un giorno andai da mio nonno, che possedeva una casa molto particolare con una stalla grandissima che costeggiava il cortile antistante alla zona adibita ad abitazione.

Mio nonno aveva superato i novant’anni e aveva dato via gli inquilini della stalla: cavalli e asino. Non vi erano più neanche le galline. Vi sovvennero gli antichi odori che mi facevano percepire tutto vivo come un tempo. Osservai una pila di vecchie sedie impagliate, a qualcuna mancava parte dell’intelaiatura sia per l’antico uso, che per la fragilità dovuta al tempo. Chissà per quale arcana ragione venivano tenute ancora lì!

Cominciai a curiosare girandovi intorno, grossi ragni, che stavano immobili in attesa delle prede, vi avevano tessuto ragnatele, spesse e luminescenti, che pareva impossibile poterle penetrare. Impugnai un bastone le lacerai creandovi uno squarcio e provocando scompiglio e movimento. Intravidi una sorta di nido provai a guardarvi dentro e degli strani esserini si mossero, erano dei piccoli topi scappai a gambe levate tenendo bene impressa l’immagine della scena che avevo precipitosamente abbandonato. I pensieri si rivolsero al tempo che passava e alle modifiche che apportava alle cose e alle persone. Il mio altissimo e bellissimo nonno che tanto mi aveva fatto giocare al salto della corda, che legava a un anello sul muro e girava ritmicamente facendomi divertire, che mi portava a cavallo, da cui qualche volta capitolai rovinosamente, ora mi appariva più piccolo meno imponente ma sempre dolcissimo. Il tempo era passato e aveva lasciato molti segni! Le sedie che, anch’io, avevo usato sin da bambina stavano lì in attesa… forse di un falò. Rientrai decisa nella stalla e osservai una serie d’imbuti metallici impilati che narrava di vino e di latte. Stavano affianco a delle antiche forme per il formaggio con sopra dei mestoli, entrambi fatti in legno e alluminio alcuni costruiti, da particolari essenze, dagli antenati mentre erano al pascolo del bestiame. Continuai a guardarmi intorno e vidi le pile di canestri, di setacci, di crivelli che avevano in cima pale da forno che narravano di lavoro, di tempo, di spazio e della cultura di Seulo. Grazie alla stalla di mio nonno cominciavo a capire non solo le tradizioni ma anche i sacrifici fatti dai miei antenati per vivere dignitosamente.

Mi posi i problemi sulle cose e sugli oggetti, cominciai a capire le funzionalità che avevano allora e quella, tutta nuova, assunta nel sito in cui erano state con perizia sistemate: mi colpirono le armonie con le quali si costruivano gli strumenti, alcune volte ricercati sotto il profilo estetico.

Il tenero ricordo di quella visita, mi ritornò vivissimo quando assistetti all’inaugurazione di una mostra con installazione di sedie, non identiche a quelle della stalla, ma ugualmente racconto del tempo. Qui mancavano i topini e i grossi ragni con le loro elaborate e artistiche tele a raggiera, che servivano da dissuasione a eventuali intrusi. Questa volta mi posi in una posizione di analisi e di paragone: trovavo, comunque, molto più interessante e appropriata la stalla di nonno.

Poi ci fu una svolta….
Era proprio segno del destino che dovessi comprendere le cose d’arte.
Infatti, fortunatamente, m’innamorai di un artista: Luigi De Giovanni.
All’inizio ero molto diffidente nel parlare e nel dare giudizi o valutazioni specifiche. La curiosità e la volontà di capire non mi mancavano così cominciai a comprare libri d’arte, enciclopedie inerenti fra le più accreditate nelle accademie e nelle facoltà di architettura. Comincia a parlare e a discutere con esperti, soprattutto artisti, continuai a frequentare le gallerie e visitai tantissimi musei italiani, europei ed extraeuropei. Il risultato fu che mi ritrovai a non meravigliarmi di nulla ma piano piano avevo imparato a trovare una via per comprendere il mondo dell’arte.

Molto mi aiutò Luigi De Giovanni che, intuendo il mio problema, mi condusse all’analisi e alla visione delle opere non necessariamente iconiche ma anche concettuali, gestuali, di scambio tecnico dove si ritrovavano incursioni nella fisica, nella poesia, nella musica, nella letteratura nonché nell’ambiente e nel corpo umano spesso violentato non solo allegoricamente. Cambio totalmente il mio concetto d’estetica e il mio modo di vedere. Non cercai più di cogliere i meccanismi, gli assemblaggi, gli schemi, le teorie geometriche o coloristiche, ma, imparai a vedere il tutto: il racconto.

Questo racconto lo ritrovai nell’azione del lancio delle uova fresche, sulle scalate sociali, opere polimateriche e informali, di De Giovanni, che avevano come filo conduttore il concetto dell’ideale che contrasta con l’opportunità del successo, del denaro: del raggiungimento del potere. Era un’amara considerazione fatta dall’artista alle belle parole legate alle teorie, da lui condivise, sessantottine che contrastavano e contrastano con lo snobismo imperante d’allora e di oggi di molti benpensanti che a parole, professavano e professano l’uguaglianza e l’abolizione delle classi sociali, nei fatti stavano e stanno ben attenti a non confondersi con il popolo: la plebe.

Con quell’azione gestaltica presi coscienza che molte persone, con la puzza sotto il naso, che facevano e fanno dei gruppi che sembrano sette chiuse, parlavano e parlano delle tendenze dell’arte ripetendo pedissequamente quanto scritto dal critico specializzato di turno, solo per apparire diversi, cioè più colti e intelligenti mi ricordano le pecore che seguono il montone di fila del gregge.

I miei contatti con l’arte si fecero più interessanti quando ebbi l’opportunità e soprattutto la consapevolezza di vedere non solo le opere con i lori significati ma anche il modo con cui venivano percepite dagli spettatori.
Una domenica De Giovanni intorno alle ore dodici fece un’installazione fissando, con un vecchio pennello, una scopa all’ingresso del suo studio, dopo una “performance del reale”: pulizia dello studio. Era un omaggio a un’opera del 1960 “Oggetto-spazzatura. Una vecchia scopa”, scopa in saggina inserita in un’opera olio e collage, di Jasper Johns.

De Giovanni voleva solo osservare le reazioni delle persone che avrebbero visto l’opera all’uscita dalla chiesa.
Io mi divertii moltissimo!

Il disappunto era leggibile nella maggior parte dei visi, come se quella scopa, ricca di storia e di tracce dell’uso e dei ragni che con perizia e pazienza avevano costruito le loro ragnatele ora ridotte a un groviglio inestricabile, facesse una violenza visiva al buon costume.
Si… una violenza! Alla buona creanza e alle apparenze date dal vestito della festa e dagli atteggiamenti delle persone che facevano risaltare i ruoli sociali.
I commenti non si fecero attendere, erano per lo più feroci critiche all’artista che aveva con perizia e criterio fatto l’installazione.

A parte le parole, spesso non proprio gentili, mi ritrovai ad ascoltare la storia di De Giovanni che sin da giovanissimo si era dimostrato ribelle alle regole del paese e controcorrente.
Il “Gino capellone” riemergeva dalla contestazione sessantottina, ancora era fuori dalle regole, anche per chi, dopo, era passato dall’altra parte, cioè a sinistra, alcuni nell’area più alternativa.

Mentre ascoltavo, mi venne in mente il giorno in cui ebbi modo di conoscere il maestro Alfonso Avannessia, eccellente artista e docente all’Accademia di Belle arti di Roma, dove Luigi De Giovanni si diplomò brillantemente nel 1974. Il maestro, armeno d’origine, che aveva subito soprusi e vessazioni sin da piccolo perché cattolico a Teheran, oltre a dirmi della sua grande stima per Luigi. Mi raccontò di come questo suo allievo, povero in canna, avesse interpretato i fermenti del sessantotto non solo artisticamente ma, anche, con l’occupazione dei locali dell’Accademia e con la sua adesione totale a quelle manifestazioni che avevano come obiettivo il cambiamento dei sistemi di vita, della società e delle convenzioni che avevano radici nel medioevo. Il maestro mi disse “ se vuoi conoscere i fermenti contestativi di Roma fatti raccontare gli eventi da Luigi che gli ha vissuti, pagando in prima persona”. Mi ritrovai a riflettere sui tanti quacquaraquà che, come le oche di Konrad, seguono l’imprinting del primo, ai loro occhi importante, che racconta, in questo caso, di cose d’arte. Chiamano quacquaraquà gli altri senza fare l’analisi della storia delle persone che hanno davanti. E’ una tristezza ma quacquarano e quacquarano! Quanti saputi benpensanti! Quanti esperti! Uno di questi una volta venne a trovarci. Trovò fra le tante opere esposte un CAPOLAVORO, sì, una meraviglia. Nella realtà era un capolavoro legato alla dimensione delle cornici e della casa. Infatti, l’artista, avendo una cornice vuota molto grande, per una piccolissima opera non trovò migliore sistemazione che sulla parete al centro dello spazio lasciato vuoto dalla tela mancante dalla cornice. Sensazionale! La casualità era diventata installazione. Arte pura.

Quella volta ascoltavo i retorici paroloni del critico e non commentavo. Aspettavo di capire quale fosse l’opera di cui si parlava, non potevo pensare che tutte quelle parole avessero avuto origine da un’opera, di centimetri 10x10, con due sbaffi di giallo chiarissimo. Anch’io cominciai a osservare il piccolo dipinto, che mi piaceva tanto, ma, poi capii che l’arte era nella disposizione del dipinto: cornice di centimetri 150 x150 con, al centro, opera di centimetri 10x10.
Ero entrata nel mondo concreto delle installazioni…! Da allora non mi sorprendeva più nulla!
Ancora, però, non riesco ad assistere alle performance cruente, dove viene usato il corpo umano come oggetto!

Federica Murgia

 
     
 

Fonte Notizia: Federica Murgia
 

Data: 18/09/2011;      Notizia Letta: 1600 volte.

 
 

 

 
     

 

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