Spesso tra le pieghe della storia si nascondono curiosi aneddoti che svelano realtà oramai dimenticate o cancellate dal tempo.

Il tempo, già! Quanto potere è riconosciuto a questo illustre signore che, inflessibile ed ostinato, continua a rimuovere e a demolire quello che i poveri umani costruiscono con tanta fatica, illudendosi di tramandare ai posteri tracce della propria misera esistenza.

Purtroppo capita spesso che fatti non adeguatamente documentati svaniscano nel nulla trasformando ricche pagine di storia in fogli bianchi con qualche parola lasciata qua e là che fanno capire poco del senso generale di un antico racconto.

Questo sembra essere accaduto alla storia di Specchia, che ha perso molti dei capitoli descrittivi delle sue vicende; quello che oggi rimane è una sequela di edifici e monumenti che descrivono lo svolgersi di episodi ben poco chiari, ma che potrebbero svelare all’attento osservatore il mistero di un passato poco conosciuto.

Poco conosciuto sì, ma fortemente legato alle vicende che coinvolsero tutto il Salento e che fecero di Specchia un testimone di tanti eventi.

Una storia travagliata insomma, travagliata come la storia di tutto il Salento che, fin dai tempi più remoti, cercò con i Messapi di difendere con orgoglio la propria indipendenza culturale dal dominio incontrastato dei Greci trapiantati a Taranto.

Ma quello che i Greci non riuscirono a fare con la forza, lo fecero i Bizantini con un lento e progressivo mutamento delle abitudini, delle pratiche e delle usanze che si consolidarono nella Puglia meridionale e che si opponevano alla cultura barbara dei goti arrivata sotto il “limitone dei greci” cioè la leggendaria (e fantomatica) muraglia bizantina eretta tra Taranto e Brindisi.

 Non tanto una costruzione fisica forse, ma una frontiera tra Bizantini e Longobardi che ne separò le sfere di influenza tra la seconda metà del VII e del IX secolo.

Nel 726 all'Imperatore bizantino Leone III proibì il culto delle immagini sacre e nel 730 l'Iconoclastia divenne dottrina religiosa; così gli adoratori delle immagini furono perseguitati. Il papa Gregorio III condannò la dottrina, provocando le ire di Leone che diede avvio alla confisca di molte proprietà ecclesiastiche in Calabria e Sicilia.

Ecco, dunque, che molti monaci per sfuggire alle persecuzioni si rifugiarono nel Salento, dando vita ad una costante infiltrazione del rito greco-ortodosso della Chiesa d’Oriente che generò una nuova organizzazione territoriale, agricola e sociale, fondando monasteri di rito basiliano e contribuendo alla rinascita di un territorio che era stato fortemente provato da anni di contrasti e inquietudini.

Otranto assunse il ruolo di vera e propria capitale della nuova provincia dell’Impero, oltre che di centrocommerciale tra l’Oriente e l’Occidente e di piazzaforte delle truppe imperiali.

Man mano che la situazione si stabilizzava, tra il V e VI secolo sorgevano ovunque nel Salento chiese, cripte, cenobi, laure bizantine e chiese rurali che si trasformarono in nuovi poli di attrazione del popolamento contadino e avviarono un processo di cristianizzazione delle campagne.

Infine, venne attribuito al territorio del basso leccese un lascito ancor più importante: una lingua, il griko, che suggellerà l’imprinting culturale oramai giunto a completamento.

Ma la fine era vicina e, infatti, gli attacchi dei Saraceni minarono alle fondamenta la debole economia salentina che subì danni irreversibili a causa del dissanguamento continuo operato da razzie, devastazioni e scorribande. Nonostante tutto, il Salento continuò a svilupparsi e, grazie anche al contributo delle comunità ebraiche, crebbe economicamente e culturalmente.

Iniziò in questo periodo anche un vero e proprio stravolgimento ambientale che comportò il quasi totale abbattimento della famosa "Foresta iuxta foeudum", l’immensa area boschiva che scendeva da Brindisi sino a Santa Maria di Leuca e che, arrivando sino a Taranto, costituiva un’area libera di essere utilizzata da tutti i cittadini e nella quale i monaci basiliani trovarono calma e meditazione. Essi stessi furono i primi però ad iniziare il lento abbattimento degli alberi che portò, all’inizio dell’800, alla distruzione finale dell’intero bosco.

Il ripopolamento rurale e lo sviluppo dell’agricoltura, della pastorizia, dell’allevamento delle api, delle attività di trasformazione delle risorse (mulini, frantoi, ecc.) portano ad un rafforzamento del tessuto sociale che generò le invidie di Roma che decise di non accettare più la presenza in Italia del rito greco e chiese ai Normanni di farla finita con i Bizantini.

Nel 1071 i Normanni giunsero nel Sud e fecero piazza pulita degli “orientali”, almeno formalmente; sapevano bene, infatti, che la cultura secolare orientale era ben radicata e che non la si sarebbe potuta spazzare via in pochi anni. Decisero così di tollerare i riti alternativi ed, anzi, di dar seguito a dei veri e propri atti politici che avevano come obiettivo rendere tranquilli i rapporti tra il potere politico normanno e quello religioso ortodosso.

 In quest’ottica nei pressi di Otranto nacque, sui terreni donati da Boemondo I, San Nicola di Casole, il più importante cenobio Basiliano che ben presto divenne una famosa scuola con una celeberrima e preziosissima biblioteca. Questa biblioteca era ricca di manoscritti rarissimi greci e latini, arabi ed ebraici ed era anche aperta alla consultazione di studiosi provenienti da tutta Europa e da tutta l’area del Mediterraneo.

Per tutto il XIII secolo l’Abbazia fu un’accademia di teologia e filosofia, lettere greche e latine, nata prima delle altre università d’Europa e svolse un’importante ruolo di mediazione tra Oriente ed Occidente; qualcuno ritiene che la biblioteca dei monaci di Casole fosse la più illustre e che l’influenza culturale esercitata si estendesse per tutto il Mediterraneo.

Nel 1160 vi fu costruita la prima “Casa dello Studente” d’Occidente che rappresentò un punto di riferimento per tutti coloro i quali vollero perfezionare gli studi classici.
Tutto questo ebbe fine tra luglio ed agosto del 1480, quando la flotta Turca di Gedik Ahmed Pasha composta da 150 navi attaccò Otranto e rase al suolo l’Abbazia di Casole con tutta la sua inestimabile biblioteca che fu ridotta in cenere.

Parlare del Monastero di Casole significa affrontare un capitolo fondamentale nell’ambito della storia del Salento che, a mio avviso, è fortemente legato alla storia di Specchia che potrebbe aver avuto un ruolo importante nell’ambito del processo culturale ed artistico che interessò l’area d’influenza idruntina.

Figura 1: Otranto, resti dell'Abbazia di Casole

La ragione di questo “sospetto” nasce dal fatto che molti indizi fanno pensare a Specchia come ad una sorta di importante centro monastico che traeva origini dai primissimi insediamenti di monaci basiliani che si erano andati diffondendo nel Salento già dal VII secolo.

L’idea appare ancora più fondata, se si pensa che nel territorio del nostro paese vi era (e c’è ancora) un’altissima concentrazione di chiese officiate al rito greco o di toponimi che rivelano l’origine greca dei luoghi: S. Nicola, S. Eufemia, la cripta della Madonna del Passo, la Chiesa (distrutta) dedicata a S. Maria della Scala, S. Demetrio, S. Leonardo, S. Sergio, S. Elia. A questo occorre aggiungere l’edificazione di due grandi e imponenti monasteri: quello dei Francescani Neri e quello dei Domenicani. Il primo fu edificato (presumibilmente) dopo la ricostruzione che il borgo subì nel 1452 quando Raimondo del Balzo ottiene il permesso di ripopolare Specchia con elementi stranieri, visto lo spopolamento e la distruzione (anch’essa presunta) subita tra gli anni 1434-35 quando il Caldora scese nel Salento e “cinse

d'assedio la roccaforte di Specchia, che alla fine fu espugnata: le sue soldatesche incendiarono le case, divelsero gli alberi, posero ogni cosa a ferro e fuoco, uccisero o dispersero gli abitanti, demolirono le mura ed il castello”! In realtà, è molto probabile che l’attuale struttura sostituì una costruzione antecedente (forse un ospedale dei Lazzari) dove, secondo il Tasselli, soggiornò San Francesco di ritorno dal suo viaggio in Terra Santa. Anche la chiesa del convento manifesta un’origine romanico-gotica, senza contare la cripta scavata nella roccia sulle cui pareti sono dipinti bellissimi affreschi bizantini.

Il secondo monastero fu costruito tra il 1600 e il 1700 dai Dominicani.

I motivi che spinsero all’edificazioni di strutture così imponenti ed importanti in un “povero paese di contadini e pastori” sono avvolti nel mistero, ma fanno pensare perlomeno ad una forte dedizione territoriale alla vita monastica.

Prova base è lo stesso vecchio nome del paese che sino al 1700 è Specla Presbiterorum, divenuto poi Specchia de’ Preti-Specchia Preti, che indica evidentemente il fatto che il territorio fosse appartenuto a preti, sacerdoti e prelati. In realtà, la presenza di tante chiese e lauree di origini bizantine fa pensare ad un profondo legame tra lo sviluppo urbanistico, architettonico ed artistico di Specchia e il progredire dell’avventura dei monaci basiliani nel Salento.

 

Elemento fondamentale ed imprescindibile nella valutazione delle ipotesi è la chiesa di S. Eufemia che, miracolosamente scampata alla distruzione operata dall’uomo e dal tempo, rappresenta una preziosa reliquia di fede e devozione popolare e comunitaria, alta dimostrazione di un trascorso di cultura e spiritualità.

Figura 3: Specchia, Chiesa S. Eufemia: esterno

Proprio in questo sito, sono visibile le tracce di un’ininterrotta continuità abitativa che partire dall’epoca protostorica, passando per quella romana e medievale, arriva sino all’età moderna. La chiesa sorge nei pressi di antichi insediamenti romani e protostorici (il casale di Grassano, Campo Romano, Rutti-Sala) e appartiene a quella serie di monumenti del V-VI secolo dell’età tardoantica, con pianta basilicale con abside poligonale che hanno subito tra l’VIII e il X secolo una serie di trasformazioni di matrice longobarda.

La particolarità della chiesa di Sant’Eufemia non è solo nella sua (non originaria) dedicazione, ma anche nella sua struttura interna che appare sconclusionata e priva di un unitario progetto costruttivo. Di fatti, la costruzione originaria doveva essere ad aula unica subendo, intorno al XIII secolo, degli interventi che ne stravolsero la disposizione e crearono un’anomala distribuzione interna degli spazi.

Figura 2: Specchia, Santa Eufemia: interno

A prima vista, le campate irregolari, il diverso diametro delle colonne e la loro differente distanza creano un effetto di confusione che fa pensare ad una scarsa capacità ingegneristica dei costruttori; ma, osservando i riadattamenti, si nota come le quattro arcate inserite seguono una disposizione ben precisa che puntava ad imitare la classica suddivisione a tre navate delle chiese.

L’esempio di Santa Eufemia è simili ad altre costruzioni coeve di chiara origine longobarda: ne sono un esempio la Chiesa dell'Annunziata a Prata o quella di S. Michele a Capua.

 
Figura 5: Capua, Chiesa di S. Michele a Corte                                             Figura 4: Prata, Chiesa dell'Annunziata


Le rilevazioni in situ effettuate da Salvatore Fiori (pubblicate in “La chiesa di Santa Fumia di Specchia e il culto di Santa Eufemia nel basso Salento” negli atti del XXV Convegno di ricerche Templari a cura della L.A.R.T.I., 2007) hanno rilevato un’originalità del progetto straordinaria in merito alla collocazione in pianta delle due file divergenti delle colonne dalla porta d’ingresso verso l’altare.

Tale disposizione è caratterizzata dal fatto che gli archi centrali si allargano man mano che si avvicinano all’altare, mentre quelli laterali si restringono nello stesso senso; secondo Fiori, l’accorgimento potrebbe simboleggiare la vittoria della luce sulle tenebre poiché vicino la porta non c’erano finestre o forse fa riferimento da una “numerologia” cristiana antica: 8 le colonne disposte sugli incroci dei 7 cerchi che si formano disponendo, sull’asse della chiesa, 7 diametri incrociati dell’abside (8 compreso quello dell’abside).

 

Figura 6: Fiori: schema dispositivo della pianta di Santa Eufemia

All’interno della chiesa sono presente numerosi simboli dell’arte bizantina (croci patenti cerchiate, croci latine) e possono essere riferite alla volontà dei cavalieri templari che, insediati ad Otranto, abbiano voluto lasciare una testimonianza dedicata alla loro santa più amata.

L’idea, per niente ardita, nasce dalla constatazione che nei pressi dei luoghi ove vi siano chiese dedicate a Santa Eufemia si ritrovino anche strutture che possono essere ricondotte ai templari (studi di Bianca Capone), questo perché tale santa era la più venerata dagli stessi.

Nei casi di Specchia e della vicina Tricase, gli studi condotti hanno dimostrato che la dedicazione delle due chiese a questa santa non è da attribuire al periodo bizantino poiché va detto che in tutta la Puglia non si riscontrano casi uguali!

Inoltre, data l’ampissima diffusione del monachesimo italogreco, appare anomalo che in nessuna chiesa o cripta rupestre siano rintracciabili affreschi o rappresentazioni di Santa Eufemia.

Nell’area tricasina, la presenza templare è assodata: ad Andrano si riscontra la presenza dell’ “Ospedale” con la sua croce patente sul fronte; vicino la grotta dell’ “Attarico” con croci patenti, potenziate; a Tricase la chiesa di Santa Maria al Tempio. Sembrerebbe che il culto sia nato ad Otranto nel monastero di Casole e sia durato sino al 1480 (l’anno della distruzione) e non è un caso che vicino ad Otranto i templari avessero una propria mansione con navi per il controllo dei traffici commerciali e per l’approvvigionamento militare ai tempi delle crociate.

Figura 7: Sovrapposizione della chiesa con la pianta

Ma torniamo a Specchia: nel terreno attiguo alla chiesa sono stati trovati, durante i saggi di scavo condotti nel 1975, delle tombe medievali contenenti numerosi reperti datati (M.R. Salvatore) tra la fine del XIII e l’inizio del XIV e probabilmente riferibili a sepolture di personaggi aggregati ai templari che potrebbero aver ritenuto estremamente onorevole farsi seppellire nelle immediate vicinanze della chiesa.

Sappiamo anche che i templari avevano come principale compito quello di difendere e assistere i pellegrini durante il duro cammino di pellegrinaggio verso la Terra Santa o luoghi di fede particolarmente amati. Ebbene, Specchia si trova proprio lungo una derivazione della famosa ed antica via dei Pellegrini, detta anche “Cammino Leucadense”, e cioè il tragitto che i fedeli percorrevano per raggiungere il santuario della Madonna di Finibus Terrae a Leuca o, dall’anno 1300, primo Anno Santo, per raggiungere Roma. L’arteria principale collegava numerose cripte, santuari, cappelle votive, edifici di culto disseminati lungo le Serre. Nella zona del nostro paese, la strada proveniva da Ruffano e da Cardigliano passava per la chiesa e il ristoro di S. Angelo (ormai ridotta in macerie) per scendere attraverso la Serra dei Peccatori e dei Cianci verso Alessano, Salve, Morciano e Leuca. Probabilmente le cripte, i conventi e le chiese sparse nella periferia del paese rappresentavano dei luoghi di sosta e riposo per il corpo e per lo spirito dei pellegrini e i cavalieri templari svolgevano il ruolo di “polizia e finanza” controllando l’intenso traffico che passava dalla zona.

La cittadella di Specchia doveva apparire all’epoca come una piazzaforte presso la quale si poteva trovare rifugio in caso di scorrerie saracene, ma doveva essere anche una fortezza della fede e per la fede che qui contava su un numero ragguardevole di chiese, mansioni, ospizi, conventi, fattorie e commende.

 Probabilmente in uno di questi monasteri aveva sede un’importante biblioteca che, con i suoi testi arabi e classici, rappresentava un punto di riferimento per numerosi studiosi della zona e non. Insomma, una sede dislocata dell’abbazia di Casole più protetta e appartata che era abbastanza lontana dal mare, per garantire una certa protezione, ma non troppo distante da importanti arterie di comunicazione.

Per sostenere una tesi del genere, occorrerebbe avere a disposizione delle prove di un certo riguardo; certo, gli indizi sin qui raccolti sono numerosi ed evidenti, ma è fuor di dubbio che senza un “test del DNA” è difficile portare avanti un’ipotesi così audace.

Beh, la prova c’è!

 

Figura 8: Le rovine di S. Angelo, Specchia.

E’ risaputo da tutti che nella biblioteca comunale di Specchia sono conservati alcuni manoscritti antichi (forse un paio) probabilmente scampati al depauperamento della dote libraria dei due conventi: forse sono gli unici superstiti in loco delle biblioteche (francescana e domenicana) andate disperse nei secoli. Ebbene, così non è. Sperando di trovare su internet maggiori specifiche in merito, mi sono imbattuto in un interessante sito in inglese curato dal Centro per Le Arti Ebraiche e dall’Università Ebraica di Gerusalemme; da anni questi due Istituti sono impegnati nella catalogazione e nella salvaguardia, tramite canale elettronico, di molti documenti ebraici provenienti o conservati in tutto il mondo. Il ruolo degli studiosi coinvolti nel progetto è anche quello di valutare con attenzione la provenienza e la tracciabilità di tutti gli articoli che passano dalle loro mani. Proprio durante uno studio di questo tipo, è venuta fuori una notazione che ha unicamente cambiato la provenienza di un manoscritto in ebraico conservato a Vienna: una banalità che non interesserebbe a nessuno se non a qualche ricercatore con la mania delle curiosità o a qualche direttore di biblioteca desideroso di avere una precisa e puntale catalogazione dei testi detenuti. Se non fosse che questo manoscritto è stato copiato da un medico ebreo proprio a Specchia nel 1415!

L’autore della copia, David bar Elijah Nezer Zahav, dichiara nell’introduzione che egli ha copiato il manoscritto per il proprio uso personale e per utilità nel proprio lavoro di medico. Completò il lavoro l’11 Novembre 1415 (secondo il calendario ebraico, il 9 del mese di Kislev dell’anno 5176) nella città di “Ispachia”.

La scritta in ebraico all’inizio del volume recita più o meno quanto segue:

Il lavoro è stato completato lunedì 9 del mese di Kislev, anno 5176 da Davide, figlio di Elijah Nezer Zahav nella sua mano destra, l’ho copiato per mio conto, qui a Specchia de la Mendolea. Il mio Dio mi aiuti a capire correttamente tutti i dettagli di questo libro.

Nelle precedenti ricerche effettuate sul manoscritto, si suppose che il nome della città (Ispachia) riportato nel colophon fosse riferito a Skopje, la capitale della Macedonia. Questa interpretazione trovò giustificazione nella scorretta lettura della parola ebraica דלמנדוליאה (de la Mendolea) come דלמצדוליאה

(de la Mezdolea) che fu tradotta in Macedonia ( .(מאצדוניה

Grazie alla rilettura operata da studiosi della descrizione testuale fatta dall’autore e contenuta nel volume, è stato possibile collocare in maniera geograficamente corretta l’origine del manoscritto.

Infatti, con l’aiuto del Dr.Binyamin Richler, l’ultimo direttore dell’Institute of Microfilmed Hebrew Manuscripts è giunto alla conclusione che la città citata è Specchia, in provincia di Lecce.

Nel Medioevo, la città di Specchia era anche chiamata Specchia de Preyti de la Mendolea: questo nome compare in un documento del 1511 ed il titolo di “Mendolea” era dovuto o ai molti alberi di mandorle che si trovavano nell’area del paese o al nome della leggendaria matrona romana fondatrice della città (Lucrezia Amendolara). Pertanto, l’origine del manoscritto si spostò dalla Macedonia lungo le coste dell’Adriatico, divenendo testimone dell’esistenza in paese nel XV secolo di una comunità ebraica e di una biblioteca fonte di materiale di studio e di ricerca.

Il manoscritto è un trattato medico e contiene il testo del Sefer Ha-Hefez Ha-Shalem (per 130 fogli) e, per il resto, l’inizio del Sefer Ha-Shtanim (libro sulle urine) entrambi di Isaac, figlio di Solomon ha- Israeli, riferibili alla metà del IX-X secolo circa.

Ma di cosa si tratta esattamente: Sefer Ha-Hefez Ha-Shalem è la traduzione ebraica del primo di due articoli di un’enciclopedia medica scritta nell’anno Mille da Muslim Al-Zaharāwī, molto meglio conosciuto con il suo nome latino di Albucasis.

Questi due articoli dell’enciclopedia comprendono la classificazione di 325 malattie e dibattono dei trattamenti medici per ognuna di esse. L’intera enciclopedia intitolata “al-Tazrif" divenne una dei più influenti testi di medicina in tutta Europa e le sue pagine furono tradotte molte volte in ebraico. La prima traduzione del manoscritto di Vienna fu fatta da Meshulam figlio di Yonah, un medico e traduttore ebreo che visse nel XIII secolo nel Sud della Francia.

Dopo un’accurata ricerca sul database dell’Institute of Microfilmed Hebrew Manuscripts è stato determinato che la copia di Vienna è una delle cinque copie esistenti del Sefer Ha-Hefez Ha-Shalem e l’unica ad essere miniata. Le altre copie sono tutte di provenienza spagnola e databili tra il XV e XVI secolo. Questo non è l’unico manoscritto esistente copiato da David bar Elijah Nezer Zahav: un altro manoscritto copiato e decorato dallo stesso autore è dedicato all’astronomia ed è conservato a Vienna, nella Österreichische Nationalbibliothek. Anche se in quest’ultimo testo manca un colophon, il suo autore è stato identificato come David bar Elijah Nezer Zahav grazie ad una comparazione della grafia dei due testi. Una delle iscrizioni, inserite nella tavola astronomica, supporta questa ipotesi: infatti, in questa iscrizione Yaakov Levi di Aragona ci informa che il manoscritto è di David figlio di Elijah (Nezer Zahav), il medico e leader della Congregazione di Lecce; fu completato nel 1438 portando a termine il lavoro iniziato da David.

Il padre di David, Elijah (Zebi) ben David (Ibn Muallem) Nezer Zahav, copiò almeno altri sei manoscritti, il primo dei quali a Valona nel 1385 e il resto a Lecce nel 1386. Secondo quanto indicato nei colophon di questi manoscritti, si può vedere che prima del 1414 Elijah Nezer Zahav copiava manoscritti per conto proprio mentre dal 1414 li copiava per suo figlio David. Probabilmente intorno al 1414-1415 David iniziò a praticare l’attività di medico a Specchia e poco dopo si spostò a Lecce dove assunse il ruolo di capo della comunità ebraica.

I soggetti dei manoscritti copiati dal padre e dal figlio sono relativi alla Torah, Halakha, Kabbalah, astronomia e, naturalmente, medicina a causa della professione di David.

Come il volume sia giunto a Vienna è una storia lunga, ma può essere ricostruita grazie alle iscrizioni presenti sullo stesso manoscritto.

Quelle di Leo Lucerna (medico e rabbino di Vienna), quelle di Sebastian Tengnagles (1573-1636) che fu direttore della libreria Imperiale a Vienna dal 1608-1636 e che acquistò il volume e sul quale scrisse: “Liber rarissimus et inventu difficillimus/ Ex libris Sebastiani Tenganagelii/ Belgae I.V.D. est Caes(aris) Bibliothecae/ praefecti/ MSS. Hebr. Tengnag. N.2.,/ Emptus VIII thaleris et 50 cruciferis”.

Il manoscritto era nella sua libreria personale, insieme a molti altri manoscritti ebraici, andando poi a finire insieme a tutti gli altri nella libreria di Vienna. Passò poi a Parigi.

Ecco alcune bellissime immagini contenute nel manoscritto e che ci danno un’idea di quelle che potevano essere contenute nel testo copiato dal medico e che denunciano una chiara provenienza arabo-africana. La prima riproduce un paesaggio paradisiaco con un cervo che sta di fronte a un albero e ad un vascello. A sinistra del pozzo c’è un piccolo albero sul quale si trova un pappagallo.

Sotto al cervo c’è un maiale selvatico. Ma il genere di decorazioni presenti nel manoscritto sono di diversa natura: di fantasia, mitologiche, naturali ed altre di natura medica. Si trovano strani animali ibridi, piante esotiche, uomini doloranti, strumenti musicali, alberi, parole intergrate agli apparati decorativi; insomma, veramente un campionario di stile decorativo dell’inizio del ‘400 e d’ispirazione esotica.

 

Eccone alcuni esempi bellissimi e suggestivi.

 

  

Il livello qualitativo del manoscritto è davvero molto alto e testimonia due elementi fondamentali: il primo è la presenza di fonti scritte preziose e di non così comune diffusione; il secondo è l’esistenza di una comunità ebraica in paese che, fino a poco tempo fa, era documentata unicamente da fonti d’archivio. Nelle ricerche effettuate dal Colafemmina, viene riportata una lettera del 1469 nella quale la Regia Camera della Sommaria ordinò al percettore Galieno de Campitellis di verificare se tra le attività svolte dagli ebrei di Specchia vi fosse anche quella dell’usura. La richiesta di chiarimenti derivò da un ricorso fatto dagli ebrei del luogo che si lamentavano del fatto di essere costretti ingiustamente a pagare la tassa sull’usura. Nello stesso documento, si afferma che gli ebrei di Specchia vivevano “de loro fatiche et magisterii” e non di usura.

Nel 1510, con l’editto di espulsione, la comunità lasciò il paese: lo si sa con certezza poiché il percettore di Terra d’Otranto nel 1512 cercò di quantificare gli sgravi fiscali da assegnare alla città di Specchia a causa del venir meno delle entrate fiscali pagate dagli ebrei. Dalla stessa fonte di archivio si viene a sapere anche che nel 1511 vi erano sei fuochi ebrei (cinque ordinari ed uno, quello di Mastro Ysac, straordinario). Agli ebrei di Specchia toccò la stessa sorte degli ebrei dispersi in tutta Europa: vennero prima accettati, ma successivamente scatenarono le invidie di molti e furono visti con diffidenza poiché si rivelarono incredibilmente abili negli affari e nel raggiungere posizioni sociali di un certo livello.

Per quale che riguarda David bar Elijah Nezer Zahav, è probabile che al nostro ebreo più celebre sia toccata una sorte avventurosa: forse svolgeva la professione di medico a Specchia, a partire dal 1415 circa (anno di trascrizione del manoscritto arabo), e nel 1434-35 abbandonò il paese, in conseguenza della distruzione subita dall’esercito con a capo Luigi III d'Angiò e Giacomo Caldora, trasferendosi a Lecce dove ricoprì un ruolo di tutto rispetto, divenendo capo della comunità ebraica leccese.

Non ci è dato sapere quale fu il livello di devastazione subìto dalla nostra città né quale danni patirono le strutture religiose presenti e, di conseguenza, la biblioteca nella quale erano conservati i preziosi manoscritti; ufficialmente si legge: “il Caldora cinse d'assedio la roccaforte di Specchia, che alla fine fu espugnata: le sue soldatesche incendiarono le case, divelsero gli alberi, posero ogni cosa a ferro e fuoco, uccisero o dispersero gli abitanti, demolirono le mura ed il castello”.

Di sicuro la furia distruttiva si scatenò essenzialmente sulle strutture difensive cittadine (mura, castello, torri), ma potrebbe aver lasciato illeso il resto dell’organismo urbano (soprattutto chiese, ospedali, conventi e umili abitazioni). Tale ipotesi potrebbe essere testimoniata dal fatto che tutte le chiese di Specchia, già esistenti nel 1435, sono tranquillamente arrivate ai nostri giorni, senza tracce conosciute di ricostruzione post-bellica; anche A. Penna, noto studioso locale, è propenso all’ipotesi che del nucleo altomedioevale si fossero conservate tutte le strutture principali, confermato dal fatto che, ad esempio, una delle vie principali del centro conserva ancora un nome che ne denuncia la chiara origine francese (“rua ranne”), rifacendosi al 1300 ed alla dominazione angioina.

E’ evidente a questo punto che l’attacco del 1435 abbia provocato danni e rovina, ma quasi del tutto insignificanti se paragonati alla desolazione prodotta dalla peste del 1429 e dalle innumerevoli guerre intestine che si scatenarono nel Salento tra il 1411 e il 1429 e che provocarono la scomparsa di tanti casali (Cardigliano nelle nostre zone) e piccoli centri abitati. Insomma, i contrasti tra i baroni locali e il potere centrale causarono spopolamenti consistenti e proprio di questo si parla a riguardo di Specchia, citandola come feudo di Iacopo del Balzo, munita di robusto e castello e cinta murari e città quasi deserta (Mazzoleni, I registri della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli 1951). Di fatto, proprio in quegli anni infuriò per tutto il sud Salento una terribile epidemia che ebbe effetti disastrosi sulle popolazioni ed animali e la gravità della situazione è testimoniata dal fatto che nel 1456, quando la pestilenza si placò, re Alfonso promosse un grande pellegrinaggio di ringraziamento alla Madonna di Leuca. Dunque, la spaventosa desolazione riscontrata a Specchia potrebbe essere stata causata solo parzialmente dalla schiera di uomini d’arme napoletani giunti ai piedi della collina nel 1435; potrebbe in realtà essere dovuta alla grave crisi economica e demografica che proprio in quel periodo investiva l’area salentina. Inoltre, in quegli anni, piogge torrenziali avevano allagato gran parte della campagne già devastate dalle continue guerre: il risultato fu la distruzione dei già miseri raccolti e la fame per gran parte della popolazione.

Nel caso in cui la distruzione di Specchia fosse stata più consistente, occorrerebbe capire perché vi sia stato tanto accanimento nei confronti di una città che all’epoca non dovrebbe aver avuto (forse) tanta importanza; un accanimento che dovrebbe essersi manifestato nella puntigliosa demolizione di mura e castello e nella dispersione di tutti gli abitanti e, addirittura, nell’abbattimento di tutti gli alberi nella zona. La spiegazione, allora, potrebbe ricercarsi nella posizione strategica che Specchia occupava in quegli anni: si trovava proprio incuneata in un’area altamente esplosiva, nella quale si concentravano le mire espansionistiche di numerose personalità.

I personaggi cardine sono Gualtiero VI da Brienne e Francesco della Ratta: entrambi puntavano ad espandere i loro domini nella zona del Capo di Leuca, ma per il Brienne le cose non erano molto semplici. Infatti, il della Ratta possedeva l’imprendibile città di Alessano e l’avamposto di Montesardo che, con il suo arcigno e tetro castello, dominava la veduta dell’intera vallata sino a Specchia.

Il povero Gualtiero si doveva accontentare di semplici torri a Presicce ed Acquarica del Capo che non potevano minimante sopportare attacchi e assedi e fu così che decise di costruire una fortezza a Morciano sulla quale contare in caso di tentativo di sfondamento del cordone di Alessano. Francesco della Ratta non era da meno e, quando il Brienne nel 1348 partì per difendere il Regno dall’invasione ungherese, cercò di prendere possesso dell’intera contea di Lecce. Le uova nel paniere gliele ruppe lo stesso Gualtiero che tornò subito indietro per difendere i propri possedimenti.

Le acque si calmarono e la situazione rimase immutata anche quando il Brienne morì, passando tutto ai d’Enghien. La celeberrima Maria sposò Raimondo Orsini, ma quando il loro figlio Giovanni Antonio fu messo al bando dalla Regina Giovanna II, i della Ratta gridarono vendetta e Baldassarre pretese il pagamento del pegno. Probabilmente Specchia rimase fedele ai Del Balzo-Orsini attirandosi le ire dei vicini della Ratta che, a quel punto, decisero di farla finita con quella che era considerata la “fortezza dei Del Balzo” e di punire severamente chi osava opporsi al nuovo potere. A tutto questo servì il Caldora con le sue truppe. Ma la sorte, si sa, “può ben cangiar sue tempre” e così l’offensiva del principe di Taranto si scatenò nell’inverno del 1435: il della Ratta fu sconfitto e il figlio cedette la tanta agognata contea di Alessano a Raimondo del Balzo. L’ostentazione dei del Balzo si spinse ben oltre poiché i nuovi feudatari spostarono la loro corte proprio nel castello che un tempo era stato dei della Ratta: lo riedificarono dalle fondamenta facendolo frequentare dal fior fiore della nobiltà di Terra d' Otranto, da artisti e letterati.

Si preoccuparono anche di porre rimedio ai danni prodotti dalla guerra: ufficialmente nel 1452 il re Alfonso I concede a Raimondo Del Balzo il permesso di ricostruire e di ripopolare Specchia e di dotarla di un nuovo castello e di una nuova cerchia muraria ancora più massiccia e imponente della precedente.

Inizia così un periodo di splendore e di forte crescita demografica, rafforzata dalle scorribande dei Turchi che tra il 1480-1481 imperversarono nel Salento: Specchia diventò luogo di rifugio e città imprendibile poiché poteva contare su una posizione strategicamente invidiabile, su una nuova cinta muraria moderna e robusta e su vicini di casa (vedi Alessano) che la sorvegliavano di continuo; divenne anche punto di riferimento religioso, rafforzando la presenza di strutture monastiche che riuscirono a condizionarne persino il nome.

Le “ricostruzioni” e le ipotesi fatte precedentemente su quello che potrebbero essere stato il ruolo di Specchia nella cultura e storia salentina altomedievale sono e rimangono tali. E’ chiaro davvero a tutti, però, che tracce veritiere ed affidabili sono difficilmente riscontrabili: parliamo di tempi troppo lontani, di episodi scarsamente documentati, di fonti scarne e dubbie.

Insomma, possiamo solo provare ad immaginare quello che era un tempo Specchia! Penso però che, se ci fosse la volontà di fare indagini più accurate, di raccogliere in maniera unitaria gli indizi e i reperti disponibili e di rafforzare lo spirito di ricerca di qualche concittadino, riusciremmo a ricomporre il puzzle del nostro passato che, probabilmente, ci aiuterebbe a credere di più nel nostro territorio e nel nostro futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Massimo Rimini

 

Bibliografia:

Specchia e la chiesa di S. Eufemia Schena editiore, Antonio Penna.

Insediamenti del Salento dall’antichità all’età moderna – Marco Congedo Editore, Vincenzo Cazzato e Marcello Guaitoli. Alla scoperta di una terra medievale - Mario Congedo Editore, Paul Arthur e Brunella Bruno.

Medianum, ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia – Edizioni dell’Iride, Marco Cavalera.

Storia del Salento - Mario Congedo Editore, Luigi Carducci.

La chiesa di Santa Fumia di Specchia e il culto di Santa Eufemia nel basso Salento, Salvatore Fiori - atti del XXV Convegno di ricerche Templari a cura della L.A.R.T.I..

Santa Eufemia, la Santa venerata dai templari, B. Capone, 2005.

Tricase per mano - Gestione Media Editrice s.r.l (2002) - Oronzo Russo e Giovanni Nuzzo

Puglia Preromanica, a cura di G. Bertelli, con contributi di G. Bertelli e M. Falla Castelfranchi, Milano 2004.

Alle sorgenti del Romanico. Puglia XI secolo, P. Belli D’Elia, Bari 1975.

Relazione Specchia Destinazione Rurale Emergente Progetto Comunitario Eden 2007, Maurizio Giuseppe Antonazzo.

Destinazione europea di eccellenza 2007 Migliore destinazione rurale emergente - Comune di Specchia.

Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del limitone dei greci"- Giovanni Stranieri.

Il castello di Morciano, Carmelo Sigliuzzo.

Sitografia:

www.cucurachi.com - Bisanzio baluardo d'occidente. Il Salento è nuovamente "grecizzato".

www.solagentis.it - La chiesa Bizantina di Santa Eufemia a Specchia.

www.solagentis.it – I templari nel Salento.

www.commendasangiovannibattista.it – I templari nel Salento.

www.japigia.com – Otranto: San Nicola di Casole.

http://cja.huji.ac.il/home_page.html - Vienna Sefer Hefez Ha-Shalem, Specchia, 1415.